Lo sviluppo del rione Chiadino

Dopo le modificazioni apportate all'ambiente fisico tra il XVIII e il XIX secolo per acquisire nuove aree edificabili, la crescita demografica di Trieste fu assorbita da uno sviluppo edilizio che interessò i rilievi circostanti. Fra le dodici borgate e contrade territoriali sorte nella cerchia di tali colline, Chiadino è quella che registra il più sensibile incremento delle case e degli abitanti fra i censimenti del secolo XX.

L'esaurimento progressivo di aree fabbricabili, la conseguente migrazione degli abitanti dal centro alla periferia e la presenza di nuove strutture sanitarie e assistenziali furono un incentivo all'urbanizzazio­ne di questa parte del territorio: l'ospedale (1841) e l'Istituto dei Poveri (1862) costruiti nella contrada di Chiadino, a levante della città e incastonati ai margini dell'abitato, devono essere stati elementi catalizzatori per lo sviluppo degli insediamenti in questa zona che andò articolandosi quasi come emanazione di quell'asse viario costituito dalla prosecuzione di via del Torrente (attuale via Carducci) con via della Barriera Vecchia e con via Molino a Vento.

Ancora alla fine dell'Ottocento i terreni fra il colle di San Giacomo e la Valle di Rozzol erano poco ricercati forse per l'umidità o per l'esposizione a Nord-Est, così che vi si impiantarono squallide case pigionali occupate da famiglie poverissime. Ma la trasformazione edilizia avviata dai primi decenni di questo secolo modificò le caratteristiche demografiche di questa zona, poiché le nuove case furono occupate prevalentemente da impiegati, mentre, in precedenza, il quartiere aveva carattere operaio nella parte bassa e rurale nella zona alta. Così con l'espansione della città, Chiadino venne a trovarsi in parte congiunta al centro da una zona più o meno fittamente fabbricata, tanto da essere presto aggregata al distretto urbano di Barriera Vecchia: in effetti l'ampliamento del pomerio cittadino stabilito dalla legge dell'aprile 1882 comprendeva anche buona parte di tale contrada terri­toriale fino all'altezza di via Donadoni, dove, qualche anno dopo, sarebbe sorta la VI chiesa parrocchiale cittadina di San Vincenzo de' Paoli.

Anche qui l'inurbamento della campagna andò accentuandosi con la costruzione di strade e di case d'affitto e il più intimo contatto con la città contribuì a trasformare in breve le famiglie di tipo rurale e di lingua slava in famiglie di tipo quasi cittadino e di lingua italiana. Pertanto il settore urbano che, dalla metà dell'Ottocento, conobbe un accelerato sviluppo demografico ed edilizio fu quello di Barriera Vecchia, centro della nuova periferia e principale nodo di strade che servivano aree marginali ormai in fase di espansione; qui infatti convergono a ventaglio vari assi stradali, lungo i quali, nell'ultimo trentennio del secolo scorso, si concentrò un'intensa attività costruttiva. Così tale zona, che nell'arco del suo sviluppo non ebbe mai limiti alle spalle e conquistò via via terreno nuovo all'edificazione, vide crescere numerosi quartieri operai e popolari col relativo spostamento del baricentro geografico, economico e sociale della città.

Poli aggreganti di questo nuovo tessuto urbano alla periferia orien­tale di Trieste si possono considerare la Caserma della Marina in piazza della Barriera Vecchia, le scuole popolari di Barriera vecchia (1847), di via Ferriera (1872) e di via Donadoni (1892), il giardino d'infanzia «Arciduca Rodolfo» in via Manzoni (1880) e la Chiesa di San Vincenzo de' Paoli, unica chiesa della zona fino al 1935.

Il distretto di Barriera Vecchia dunque, sviluppatosi intorno ai due grossi poli assistenziali, presentava una struttura residenziale mista, anche se orientata in senso popolare. In questo distretto si stabiliva nel corso dell'Ottocento, una rete di impianti minori quali la cartiera Modiano, un biscottificio, alcuni stabilimenti chimici, nonché una serie numerosa di officine metallurgiche. Ma le abitazioni mostrano qui un grave stato di degrado e un così alto sovraffollamento da giustificare l'elevato tasso di mortalità per tubercolosi registrato nel quartiere, come pure la mortalità infantile. Del resto non è un caso che, da una rapida scorsa agli indirizzi degli aderenti alla lega socialdemocratica intorno al 1897, essi risultino abitare per lo più nella zona di San Giacomo e in quelle gravitanti su Barriera Vecchia.

L'erezione di nuove chiese in città e sul territorio rimase, com'è noto, un problema aperto e dibattuto fra Curia Vescovile, i.r. Governo e Magistrato Civico per buona parte del secolo scorso, che vide un notevole incremento demografico con la conseguente espansione ur­bana di Trieste. Negli anni in cui andava sviluppandosi il quartiere di Chiadino, la chiesa più vicina era quella di S.Antonio Taumaturgo, nella cui parrocchia il quartiere gravitava con non piccole difficoltà che facevano sentire sempre più urgente il bisogno di un edificio di culto.

Così il 19 luglio 1890 fu collocata la prima pietra di San Vincenzo de' Paoli, sorta come chiesa filiale di S.Antonio Taumaturgo ed eretta a parrocchia (la VI parrocchia della città) appena nel 1908 non senza tensioni e contrasti fra Curia e Magistrato Civico nell'insanabile conflitto fra religione e patria: il Municipio temeva infatti che quella nuova chiesa in zona periferica potesse favorire «lo stabilirsi di un'altra sentinella avanzata dello slavismo nel cuore della città. Ma al di là delle lotte e delle lacerazioni nazionali spesso portate all'esasperazione, si può dire che gli esiti della prima guerra mondiale e l'unione di Trieste all'Italia mutarono anche le condizioni storiche per un rinnovamento della prassi pastorale e per una rivitalizzazione del cattolicesimo triestino, fino ad allora protetto e finanziariamente sostenuto dalle strutture statali: lo sviluppo dell'istituto parrocchiale e l'attenzione all'Azione Cattolica furono le scelte di fondo per l'animazione cristiana della diocesi durante l'episcopato di mons. Luigi Fogàr (1923-1936) e del suo successore, l'arcivescovo mons. Antonio Santin (1938-1975).

Il primo, nei dodici anni del suo episcopato, raddoppiò le parrocchie cittadine, portandole da sei a dodici, mentre mons. Santin, che alla fine del secondo conflitto mondiale aveva visto ridotta la sua diocesi alla sola città di Trieste, portò le parrocchie cittadine a una trentina.

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